SENTIRSI FRIULANI Stampa
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Dei quattro comuni del Veneto, confinanti con la nostra regione, aspiranti a diventare in tutto e per tutto friulani, uno ce l’ha fatta. Cinto Caomaggiore ha superato la soglia della maggioranza degli aventi diritto al voto, posta dalla legge sul referendum consultivo. Alla chiusura delle urne, ieri, i quattro comuni: Gruaro, Pramaggiore e Teglio Veneto, hanno presentato una percentuale di votanti alta più del previsto, ma soltanto appunto Cinto ha superato quel paletto dell’oltre il 50 per cento, limite oltre il quale il confine regionale del Veneto si apre per lasciare entrare nel Friuli-Vg. Adesso, ovviamente, si aprirà quella complessa procedura, ben fissata per i referendum consultivi, che potrebbe concludersi con l’aggregazione di Cinto Caomaggiore alla regione Friuli-Venezia Giulia.

 

 

 

Un esito positivo è peraltro prevedibile perché la volontà popolare così ampiamente espressa è pressoché impossibile non debba essere accettata dai poteri centrali, in primis il parlamento che uscirà dalle urne il 9 e 10 aprile. Sarebbe dunque il secondo caso in Italia di un trasferimento del genere, dopo quello di Lamon, trasmigrato dal Veneto al Trentino Alto Adige. Al di là dell’evento referendario, c’è da chiedersi da che cosa venga una tale voglia di Friuli. Ricordiamoci che San Michele, proprio all’imbocco di Latisana, non è riuscito ad avere un risultato favorevole in un referendum assai combattuto, ed è rimasto fuori del Friuli cui tantissimo ambiva. Essere friulani è tanto importante per tutti questi comuni. Perché? Non crediamo sia tutto basato su una convenienza economica valutata, calcolando varie voci della spesa per famiglia, in circa 1.200 euro l’anno.

Neppure è pensabile questi comuni veneti abbiano più amore per Illy che per Galan. Ci deve essere qualche motivo di fondo originato da radici antiche, oltre i motivi storici. Secondo alcuni studiosi dell’Università udinese, l’aspirazione a essere a pieno titolo friulani deriva da uno status dell’anima, da un modo d’essere, insomma dall’appartenenza non codificabile a un mondo, a un popolo di eccezionali peculiarità. Secondo uno studio del professor Salimbeni, non si è friulani esclusivamente per nascita, ma anche per il fatto di vivere da friulani, cioè dal possedere e manifestare le caratteristiche del popolo friulano. E se ciò è vero, come credo sia, il desiderio di averne il riconoscimento ufficiale ha una indubitabile spiegazione. D’altronde come potrebbe spiegarsi altrimenti l’omologazione al popolo friulano di altri popoli insediatisi in Friuli, quello sloveno per citarne uno, il più recente anche se datato secoli fa, chiamato dal Patriarcato di Aquileia a ricoltivare la piana del Tagliamento dopo le scorrerie con relative distruzioni delle tante incursioni barbariche. In Friuli sono passati tanti popoli, dagli unni, agli avari, ai longobardi, che sono scomparsi, ma pure qualche frangia di essi si è fermata qui, si è insediata, ma senza tenersi le proprie caratteristiche, adeguandosi in tutto e per tutto ai friulani, diventando parte viva del Friuli. Un esempio può valere quale prova: si guardi come lungo il Tagliamento, in successione alternata, si trovino paesi con il nome di chiara origine slovena, Goricizzo, seguito da uno di altrettanto chiara origine romana, Romans. Se si entra in uno di questi paesi dagli avi allogeni, non si trova alcun segno della diversa origine, ci sono friulani autentici, che parlano la lingua friulana e vivono appunto da friulani. Nulla li distingue più se non appunto il nome del paese, ma soltanto per gli studiosi di cartografia. Esiste evidentemente una capacità di aggregazione, diciamo di totale omologazione, di cui il popolo friulano è naturalmente dotato.

E se ciò è avvenuto in passato, com’è storicamente documentato, deve esistere anche uno spirito di attrazione avvertito, e vissuto come un bisogno primario, dai comuni di Cinto Caomaggiore, Gruaro, Pramaggiore, Teglio Veneto e San Michele al Tagliamento, per tacere di altri come Portogruaro in cui lo stesso moto dell’anima è pure sentito anche se non così coralmente dimostrato. Non crediamo si possa considerare estraneo a quanto accade oggi il precedente della suddivisione ecclesiale. La diocesi di Concordia Sagittaria dentro la quale era, ed è tuttora, compresa Pordenone, aveva la sua primaria sede vescovile a Portogruaro, ancora prima dell’affermazione della provincia del Friuli Occidentale, è stata duplicata con l’aggiunta proprio di Pordenone. Metà di essa, tuttavia, è rimasta nel Veneto e l’altra nel Friuli. Davvero si può pensare che quella diocesi non sia un tutt’uno, possa considerarsi separata da un confine regionale? L’attrazione del Friuli produrrà altri fenomeni. Non ci sono confini, né a est né a ovest, che possano impedire moti naturali come quello di cui oggi registriamo un’affermazione, non la prima né l’ultima.

 
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