Una, nessuna e centomila Stampa
Scritto da Gianluca Falcomer   

Mercoledì 22 Febbraio 2012

Nel tentativo di proporre degli elementi per argomentare su una tematica molto sentita, quella dell'abolizione delle province, ci sono considerazioni opportunemente spendibili anche "a casa nostra": nel NortEst, giacché tale questione riguarda sia il Veneto che il Fiuli Venezia Giulia, regione quest'ultima dove a fronte della propria autonomia già si discute la formazione di un'unica provincia friulana (Udine, Pordenone e Gorizia), fatto che interessererebbe anche il portogruarese.

L'attuale assetto geo-amministrativo dopo la proliferazione delle province negli anni 90 e 2000


Anni di dibattiti, rinvii e rimpensamenti, ed ora sembra proprio che l'esistenza delle province volga al termine. Enti di napoleonica memoria, i dipartimenti, nome che tuttora conservano in Francia, in origine - non sempre - portavano il nome del bacino idrico principale o dell'area geografica di riferimento (Tagliamento = Treviso, Adigie = Verona, Piave = Belluno, Adriatico = Venezia) segno che si intedesse loro conferire funzioni di area vasta rispetto ad un'area piuttosto omogena. Poi gli austriaci ridefinirono la denominazione in base al capoluogo: chiamarono i dipartimenti province - intendendo cancellarne l'impronta francofona - e insignirono l'ente col nome del capoluogo provinciale. Proprio in quegli anni venivano operati aggiustamenti territoriali importanti (ad esempio il Bassanese staccato da Belluno per Vicenza ed il Portogruarese da Udine per Venezia).

Con l'approvazione della Costituzione sembrava che tali enti potessero essere dissolti nelle Regioni, tanto che lo stesso statuto della  Sicilia le abolì. Finì poi che ereditammo entrambe. Anzi, con gli anni, più per "meiosi" che per "mitosi", nuovi pezze colorate (pezzettini direi) riempirono le cartine geografiche amministrative d'Italia. Vuoi per ragioni di simpatia, o più spesso di antipatia, sbucavano qua e là nuove provincette mentre in Parlamento fioccavano a decine nuove proposte. Il tutto in deroga alla normativa vigente che imponeva un minimo di 200.000 abitanti per le nuove province. Nel 2005 fu addirittura un articolo, a cura del prof. Ferruccio Ponzano "La secessione delle province in Italia", a spiegare mediante un modello teorico di rent-seeking il fenomeno di detta proliferazione. In sostanza dimostrava una scissione tra i fondamentali istitutivi di una provincia e lo sregolato interesse della politica ad istitituire i nuovi enti. Arrivò la crisi e con essa si cominciò a contestare il ruolo delle province stesse e bloccarne la correlata proliferazione.

 

Ma a cosa servono le province? Le province sono enti intermedi i quali più che integrare e coordinare funzioni di area vasta tendono a intrecciare funzioni e competenze in un'indistricabile ragnatela di interferenze tra diversi enti in una moltiplicazione di interventi e ritardi che agli occhi dei cittadini rivelano tutta la pesantezza della burocrazia italiana nella sua più ossequiosa imponenza. Ed impotenza.


Il deficit funzionale di un'amministrazione si tramuta in disagio e costi per la popolazione, che in preda ad una tassazione interminabile considera alla fine insopportabile l'amministrazione stessa. Così in tempi di "vacche magre" l'istinto porta a pensare che ciò che danneggia vada eliminato: i costi della politica: considerazione comprensibile, ma veramante volta ad una maggiore efficienza e sgravio economico?


Rifiuti, acqua e trasporti sono materie troppo complesse per i comuni e strettamente legati al territorio di riferimento. Così, se si deve fornire un servizio idrico è chiaro che lo stesso debba essere organizzato e gestito in riferimento ad un bacino idrico determinato. La domanda è: gli attuali bacini idrici e consorzi di bonifica corrispondono al territorio delle relative province? Sembra proprio di no (si veda la cartina). Tanto che è servito un estenuante accordo interregionale tra FVG e Veneto per il bacino Livenza-Tagliamento.

 

consorzi di bonifica

Il servizio di trasporto pubblico è garantito da aziende che ricoprono la superficie delle attuali province? Anche qui troppo spesso no. Il servizio di rifiuti è gestito da aziende che operano su base provinciale? E qui sembra proprio di sì. Purtroppo sì. Infatti, i rifiuti portogruaresi devono essere trasportati a Fusina su ruota, cosa che ha determinato negli ultimi anni un aggravio consistente dei costi per gli utenti. Non ultimo il servizio sanitario regionale nel quale si verifica una dispora constante di utenti veneti, in particolare portogruaresi verso i presidi friulani, cagionando un irrefrenabile aumento dei costi per il Veneto.

 

Per tanto sembra che un ente di area vasta possa, anzi debba, svolgere funzioni determinanti per un determinato territorio, magari nella prospettiva dell'economicità della gestione politica (!). La domanda più corretta è: hanno le attuali province i requisiti di funzionalità, efficenza e omogenità? Al lettore l'ardua sentenza.

Si può desumere che l'esigenza di una buona gestione dei servizi e del territorio sia sottesa all'esistenza delle province. Perché dunque "non funzionano"? A detta dello scrivente le ragioni sono la mancanza di chiarezza sulle funzioni e competenze (interessa tutti gli enti territoriali), l'inadeguatezza territoriale (interessa sia le regioni che le province) ed una sviscerale incapacità della politica locale attuale di riconoscere l'esigenze del territorio arroccandosi in posizioni di auto-promozione e auto-tutela.


Ragionando un po' più in piccolo, in considerazione delle diverse iniziative di fusione delle province friulane, ma nella prospettiva di sciogliere il nodo intorno agli enti di secondo grado, la domanda finale è questa: ha senso preservare la Provincia di Pordenone? Probabilmente sì, solo se però integrata dal portogruarese perché se una provincia deve avere funzioni di area vasta, per Pordenone e Portogruaro la relativa estensione  è facilmente individuabile nell'area del Livenza-Tagliamento, una provincia abitata da ben 400.000 cittadini.

 

 
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