S...Tai bon! Stampa
Scritto da Gianluca Falcomer   

Riflessioni su un'approvazione mai arrivata

si e no

 

Il 4 Settembre 2013, veniva approvato nell'aula consiliare tridentina un atto, a detta di molti commentatori, epocale. Sembrava che il Trentino avesse definitivamente aperto le porte a quei comuni veneti che ne richiedevano l'aggregazione. Si sono riempite intere pagine di giornali che acclamavano la vorace aggressione dell'integrità della regione del Veneto da parte della regione dolomitica. Commentatori più entusiasti ne acclamavano la svolta addirittura "dolomitica" in riferimento alla realizzazione di quel progetto che vede mediante l'aggregazione dell'intera provincia di Belluno alla regione Trentino-Sud Tirolo la creazione della Regione Dolomitica.

Qualche tempo dopo arriva il testo della delibera di quel consiglio e si scopre che Trento ad una domanda precisa - quella dell'adesione al Trentino di Taibon - risponde in tutt'altra maniera. In effetti, Trento non dice di no a Taibon, ma nemmeno dice di sì. Il Consiglio predispone una risposta che ormai ricalca tutte le risposte finora inoltrate a Roma per gli altri comuni veneti: modificare il territorio della regione trentino è possibile solo con una modifica dello statuto speciale. Per gli altri comuni, a dirla tutta, si esprime espressamente negativamente, ma giustificando la scelta con le succitate tesi consiliari, per Taibon invece espressamente non "diniega" nulla.

Cosa dice quindi Trento?

Leggiamo l'estratto della quindicesima delibera del 4 Settembre 2013 il Consiglio delibera "di approvare, in relazione alla richiesta di parere sul distacco del Comune di Taibon Agordino dalla Regione Veneto e la sua aggregazione alla Regione Trentino - Alto Adige/Südtirol, presentata dal Ministro per gli affari regionali e le autonomie ai sensi  dell'articolo 132,secondo comma, della Costituzione, una questione pregiudiziale in cui esprime la necessità che ogni modifica al territorio della Provincia autonoma di Trento venga perseguita solo per mezzo di una modifica dello Statuto speciale di autonomia, cui procedere successivamente all'introduzione nell'articolo 103 dello Statuto stesso, del meccanismo dell'intesa, in conseguenza della natura pattizia dello Statuto".

In buona sostanza, i Trentini si tengono stretto il principio fondamentale che regge la propria autonomia, ovvero lo statuto ed in particolare la modifica a cui questo è soggetto. In somma entri pure Taibon o chi che sia, ma si badi ad utilizzare la procedura prevista per modificare lo Statuto, la cui procedura non può essere che soggetta ad una formula pattizia, un accordo tra parti di pari dignità.

Alcune naturali considerazioni.

Può uno statuto speciale derogare la procedura dell'articolo 132, comma 2 della Costituzione? Si troverebbero vincolati ad una procedura di natura costituzionale tutti quei comuni che intendono aggregarsi ad una regione ad autonomia differenziata? La risposta è già arrivata non una ma per ben due volte dalla Corte Costituzionale. Interessante è un'ordinanza che respinge il ricorso della Valle d'Aosta contro il piccolo comune di Noasca (TO). All'epoca Aosta sollevava lo scudo della propria specialità per bloccare preliminarmente anche il solo referendum di Noasca. La Corte si espresse chiaramente asserendo che le procedure di revisione delle circoscrizioni regionali è la medesima per le regioni a statuto ordinario come per quelle a statuto speciale. Insomma la questione è pacifica. Entrare in Valle d'Aosta come in Friuli Venezia Giulia è possibile mediante lo strumento ordinario prescritto dall'articolo 132, comma 2.

Perché quindi gli speciali cugini trentini insistono su una procedura aggravata per l'aggregazione di uno o più comuni da altre regioni?

In realtà, delle rilevanti ragioni si possono riscontrare non tanto nella "costituzionalizzazione" del territorio - teoria già bocciata dalla Corte - quanto invece nell'ordinamento costituzionale del Trentino Alto Adige. La particolare struttura della regione, la cui esistenza è protetta da un tratto internazionale, prevede un ordinamento che consiste nella composizione del Consiglio regionale da parte dei due consigli provinciali in base ad un accorto equilibrio etnico. Tali equilibri garantiscono un sistema che con un'aggregazione costante di nuove realtà extra-trentine può venire meno.

In conclusione Trento passa la palla a Roma, la quale è chiamata ad affrontale una "questione pregiudiziale" che tutto può significare, tranne un parere positivo di Trento a chi intende aggregarvisi.

 
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